Ebook-boom prossimo venturo

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Lo scrittore di best seller Jonathan Franzen ha lanciato un appello per i ‘vecchi’ libri di carta. Però ormai anche gli editori si sono convinti a investire su quelli elettronici. Che costano molto meno e vengono comprati sempre di più

L’e-book, finalmente, si sta affermando. Anche in Italia. Merito di Banana Yoshimoto, Amos Oz e Stefano Benni. E di Zoom, collana Feltrinelli che con un click permette di scaricare a 99 centesimi le novità. Volendo c’è anche l’oroscopo. Primi commenti in Rete: “Era ora. Così scaricare un libro in digitale conviene”. Ok, il prezzo è basso, mentre la qualità degli autori è alta (in arrivo saggi, seppur brevissimi, di Diamanti, Lerner, Saviano). Tutto va bene? No. “Con 99 centesimi ti arriva sul tablet in alcuni casi la preview di un romanzo, in altri casi pillole, raccontini”. Rivolta on line dei lettori, disposti a pagare, e non a scaricare illegalmente, ma per l’intero testo. Il vero nodo però è il seguente: con l’arrivo di Amazon e di Apple si compra ormai con molta facilità. Gli editori quindi abbassano i prezzi. Mondadori ha una politica aggressiva: tutte le novità a 6,99 o a 9,99 euro con un occhio a Newton Compton che, grazie a una simile politica, dopo il boom sul cartaceo, anche sul digitale vende bene. Ma oltre ai prezzi concorrenziali, il maggior deterrente al download pirata è “l’engagement”: coinvolgere il lettore in modo da fargli percepire che l’acquisto on line gli dà più possibilità rispetto al cartaceo. Ad esempio, avere l’opportunità di porre domande e avere risposte da Andrea Camilleri, mentre si legge il suo ultimo libro.

I business alternativi
Nel 2011 ci sono stati in Italia 700-800 mila download dai vari e-book store (Bol, Ibs, Book Republic, Amazon, Ultima Books) a un prezzo medio di 8-9 euro. Sono dati in costante crescita e gli editori investono ormai convinti nel settore, a scapito del cartaceo: meno 30 per cento, l’anno scorso. Come sarà il futuro dunque? «Il mercato americano insegna. Se non si vuol diventare prigionieri del monopolista Amazon la soluzione è quella di cercare più canali possibili e modelli di business alternativi per gestire il patrimonio di diritti», spiega Marco Ferrario di BookRepublic.

Self-publishing
Tra gli esempi più significativi di nuove forme di editoria c’è il self-publishing: un autore che fa a meno dell’editore. È stato però un editore, la Penguin, a creare una piattaforma on line per mettere in contatto autori e lettori: una forma di self publishing, comunque. Ci si può rivolgere a Penguin ma anche a Bookcountry (www.bookcountry.com) dove uno legge, scrive, discute, incontra e fa business del proprio libro. Oppure ci sono siti come Narcissus, dove chiunque può trasformare il suo manoscritto in formato ePub (lo standard degli e-book) e metterli in vendita, grazie alla piattaforma di Simplicissimus, su tutte le principali librerie on line. Tutto ciò stravolge la relazione tra autore ed editore. Vedi il caso Eloy Moreno, informatico spagnolo, autore di “El boligrafo de gel verde” (in italiano “Ricomincio da te”) che non avendo trovato nessun editore è ricorso alla Rete, innescando un fenomeno di aggregazione e di “buzz marketing”, con successo.

La proprietà intellettuale
Autopubblicarsi, oltre a far cadere la distinzione tra autore, agente, editore, distributore, libraio apre nuovi scenari che riguardano la proprietà intellettuale. Ed è una questione cruciale, non solo per ragioni commerciali, ma anche per il futuro del sapere umano. In America già oggi Amazon si rivolge direttamente a qualche autore — anche affermato — e gli propone la pubblicazione diretta sul suo sito. E succede che lo scrittore per motivi puramente economici (prende il 70 per cento di quello che vende e non il 15 per cento) dica di sì. In questo modo l’autore può controllare le vendite, avere rapporti coi lettori, verificare la popolarità.

Insomma, il modello Amazon impone una rivoluzione dell’editoria con soluzioni che potrebbero essere opposte. La prima, l’incremento dei prodotti di nicchia: cucina, diete, fitness, rosa, fantascienza. L’altra strada potrebbe essere quella di diventare “gestori di asset”. L’esempio più clamoroso è la piattaforma creata da J. K. Rowling che si è tenuta tutti i diritti di Harry Potter. Con Pottermore (questo il nome del sito) promette: “Un’entusiasmante nuova esperienza on line a cui si può prendere parte riscoprendo i libri di Harry Potter, rivivendo le storie come non hai mai fatto prima e sapere in anticipo nuovi contenuti rivelati dall’autrice stessa”. Rowling controlla così la vendita di e-book, il download di film, il merchandising. Ma quanti editori saranno capaci (o contenti) di raccogliere la sfida? L’editoria europea, anche quella italiana, vive per il 40-70 per cento delle traduzioni degli anglosassoni. Perché, ad esempio, Dan Brown dovrebbe essere pubblicato da Mondadori in Italia? Il suo editore americano potrebbe tranquillamente commercializzarlo direttamente nel nostro Paese, basta una buona traduzione. Fondamentale sarà quindi in futuro rafforzare la proprietà degli autori italiani.

Case editrici e lettori nativi digitali
La vera scommessa del futuro è creare libri fatti appositamente per e-book. Si tratterebbe di testi multimediali: ad esempio, una scena di inseguimento in un romanzo di Ken Follett, potrebbe essere proposta anche come videogioco. O si potrebbe riprodurre un pezzo di un film, citato in un romanzo. Perché non lo si fa? Semplice: mancano gli editor con un simile know-how, e i costi tra produzione e diritti sarebbero ancora altissimi. Per adesso esistono le case editrici cosiddette “native digitali” come 40k, o Emma books dove il lavoro però consiste ancora nel trasformare il file tradizionale in digitale. Ma il mercato si muove a grandissima velocità. In attesa delle sorprese.

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