Perché leggere un libro ci coinvolge così tanto

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I libri sono macchine costruite apposta per stimolare le nostre emozioni (non tutti i libri, certo, ma buona parte dei romanzi e della saggistica). Gli autori passano la vita a studiare il modo migliore per suscitare emozioni, manipolarle e trasferire poi tutta questa conoscenza nelle loro opere. Lo fanno addirittura con una semplice frase. Chi insegna scrittura invita spesso i suoi studenti a inserire un gancio in ogni frase che induca i lettori a proseguire con la successiva.

Una tecnica diffusa è finire i capitoli lasciando qualcosa in sospeso, stimolando il nostro innato bisogno a sapere che cosa succede dopo: ed è qualcosa di istintivo perché l’apprendimento era fondamentale per la sopravvivenza dei nostri antenati (quando un membro di una tribù si avventurava in una caverna, per esempio, era importante per il suo compagno di avventure sapere se sarebbe tornato indietro normalmente o se sarebbe stato mangiato da una tigre). Altre tecniche: mettere in pericolo i personaggi più piacevoli, cosa che porta all’empatia (un altro tratto frutto della nostra evoluzione); collegare tra loro le storie raccontate con qualche sorpresa, che stimola i nostri istinti a trovare collegamenti e a trarre conclusioni.

C’è anche un processo naturale che fa cambiare il nostro cervello man mano che conosciamo meglio una persona. È il meccanismo in larga parte responsabile della costruzione dell’amicizia. Se mi incontri una volta sola a una festa, probabilmente ti dimenticherai di me poco dopo o ricorderai soltanto un paio di cose divertenti, interessanti o strambe che ti ho detto. Ma se trascorri molto tempo con me, si svilupperanno strutture nel tuo cervello dedicate a imitarmi e in questo modo a prevedere il mio comportamento.
Questo accade perché ci siamo evoluti come esseri viventi tribali. Grandi porzioni del nostro cervello sono dedicate a elaborare i processi legati alla socialità. Ci sono addirittura prove sul fatto che inconsciamente pensiamo agli altri anche quando la nostra mente sembra essere a riposo e non stia pensando a nulla. Quando vivevamo nelle tribù, informazioni come chi dormiva con chi, chi era al comando, chi più probabilmente ti avrebbe tradito e chi ti avrebbe dato una mano, erano fondamentali per la sopravvivenza.

Facciamo affidamento su queste strutture sociali del nostro cervello per emettere giudizi come “non parlare a mamma di Marcella, è una cosa che la irrita” o quando scegliamo un regalo di compleanno per Francesco. Ognuno ha nel cervello un piccolo simulatore che gli dice come si comporterebbe lui: mentalmente dà al simulatore una serie di regali, verifica quello che più gli piace, e alla fine decide che cosa regalare al Francesco vero. È questo il meccanismo che rende abbastanza sicuri e ci fa dire “so che questo regalo gli piacerebbe!”.

Per lo meno metaforicamente, si può dire che le persone con cui abbiamo più confidenza abitano parte del nostro cervello. Abbiamo una copia di loro nel nostro cervello: non una riproduzione esatta, ma una valida a sufficienza per stimolare il nostro intelletto e le nostre emozioni. Ed è questo il motivo per cui è così difficile lasciare andare la persona che ha deciso di mollarci o un amico da poco morto. Se n’è andato ma non se n’è andato. Il nostro cervello sta ancora facendo funzionare il suo programma.

I libri, soprattutto i romanzi lunghi concentrati su un unico personaggio e le biografie, possono avere lo stesso effetto. Se ti metti a leggere “Il Signore degli Anelli” e te ne stai quindi per molto tempo in compagnia di Frodo, il tuo cervello inizierà a simulare i suoi pensieri nella tua mente, anche quando avrai chiuso il libro. Questi simulatori possono essere creati e ricreati leggendo e rileggendo lo stesso libro più volte, come spesso accade nel corso di una vita. Molte persone hanno simulatori piuttosto complessi di Harry Potter o di Aureliano Buendía nella loro mente. Quando un simulatore inizia a funzionare, in qualche modo influenzerà il tuo modo di comportarti e vedere le cose.

Finito un libro, ci capiterà di chiederci che cosa possa accadere ora ai suoi personaggi di fantasia. A un livello puramente razionale sembra una cosa senza senso. Dopo l’ultima pagina di “Cent’anni di solitudine”, non c’è più un Aureliano Buendía. Non c’è nulla che possa accadergli una volta che il libro è finito. Eppure c’è, perché c’è un simulatore di Aureliano Buendía ormai avviato nel vostro cervello, che continua a provare a prevedere il suo comportamento, stimolando la vostra empatia.

I libri offrono informazioni sociali molto concentrate. Un libro sta ai nostri interessi sociali e tribali come i dolciumi stanno alla parte del nostro cervello che smania per la frutta. Siamo ossessionati da qualsiasi cosa che abbia risvolti sociali e causali, e i libri soddisfano queste nostre ossessioni.

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