Collettivo Soppressatira

Obama: «Matteo Renzi rappresenta una nuova generazione di leader». Quelli che vincono senza neanche candidarsi.
Diminuiscono i contratti a tempo indeterminato e aumentano i licenziamenti. È la famosa ripresa, per il culo.
Espulso l’imam che non giurò sulla Costituzione. «La cambiate così spesso che non riuscivo a impararla».
Su Facebook i sei mesi di Zuckerberg con la figlia. Tenerissima la foto in cui le cambia la password.
Cuffaro: «In questi anni ho vissuto con mafiosi, ladri e truffatori». Poi ha lasciato l’UDC.
Istat: chi vive con il nonno è meno povero. Io infatti l’ho surgelato.
Un Expo su come “nutrire il pianeta”. Quando bastava chiedere a qualsiasi mamma calabrese.
Italicum, il PD si spacca in due. Metà va con Renzi, l’altra metà ci andrà.
Il Giro d’Italia esclude il Sud. Furiosi i ciclisti meridionali: «Cristo, non arriva neanche a Eboli!»
GB, per la prima volta in otto secoli una donna alla guida di Oxford. E l’ha già ammaccata.
Ragusa, marijuana tra i pomodori. Passatela.
Papa Francesco: «Su Internet ci sono cose brutte». Tipo Repubblica che si ricarica quando sei ancora a metà pagina.
G7, tra i temi il clima e le tensioni con la Russia. Si può compensare il Riscaldamento Globale con la Guerra Fredda.
Rocco Siffredi: «Sono cresciuto in un ambiente cattolico». Tutto il giorno “Oddio sì! Ommioddio sì!”
Morto l’arcivescovo pedofilo Wesolowski, per i bambini Don Touch.
Berlusconi: «Dò 200 milioni a chi dimostra che ne ho dati 2 a De Gregorio». «Sono quiii!» ha urlato dalla platea De Gregorio.
Addio 118, numero unico per emergenze sarà il 112. Me li vedo i carabinieri in ambulanza: «La dichiaro in arresto, cardiaco!»
India, uomo investito da 17 treni. Non smetteva di reincarnarsi.

Il collettivo satirico Soppressatira, partito a gennaio 2015 subito dopo la strage di Charlie Hebdo, quasi per scherzo e per produrre freddure sulla Calabria e i Calabresi, dopo un paio di mesi ha trovato enormi riscontri di pubblico sul web e, grazie all’aggiunta al gruppo di molti altri autori satirici apprezzati, da tutta Italia, fin dalla primavera di quell’anno pubblica articoli, vignette, video e libri di satira e humour quasi in tempo reale sulle notizie nazionali e internazionali, con crescente, inarrestabile successo sui social network.

Scriviamo fuori dal coro. Ove per “coro” s’intendono i media.
Sui giornali si ha continuamente l’impressione che ai cooperanti più originali si chieda di lavorare al 50% — o ancora meno — del proprio talento. La tirannia del “politicamente corretto” come tenuta stimabile per il cinismo. Angoli smussati, e alzate d’ingegno chinate alle occorrenze del giornale (cioè alla sua autorità, alle battaglie politiche del momento).
La conseguenza è la riduzione alla normalità di talenti che, in cambio di una visibilità lecitamente anelata, finiscono sbriciolati nel meccanismo. Sei pronto per scrivere o disegnare una cosa, ti fanno capire che è meglio glissare — oppure è il tuo autocompiacimento a intuire che in quella situazione ci sono escamotage più convenienti —. Così ne scrivi o disegni un’altra equivalente: ed è la serie di quegli “equivalente” a fare mucchio nel tempo, a svilirti.
Repubblica, Corriere della Sera o Fatto Quotidiano poco cambia: sono loro a scandire l’elenco di opzioni, le precedenze; sono i media a incastonare la battuta che hai appena sfornato o la vignetta che hai disegnato. Quella caricatura lì, che tu lo desideri o meno, incomincia a prendere la sagoma del rotocalco che la ospita, ad abbracciarne i conflitti, a procedere suo malgrado lungo la stessa direzione.
In un gioco di parole: sui media non ci si alza più dalla media.

Così noi ce ne andiamo per la nostra strada come meglio crediamo. Usando il web. Di umorismo e satira non dobbiamo viverci (per fortuna). Quindi siamo senza briglie. E ogni tanto tutte le nostre parole irridenti, frutto dell’«esercizio sacrosanto del sentimento del contrario», finiscono in un libro.

Trovate Soppressatira su Facebook e su Twitter, e sul sito www.soppressatira.it

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Perché si ride?
Ridere è piacere, sfogo, atto conviviale. Tutti riconoscono nella risata un agire liberatorio, salutare, perfino rassicurante. Non occorre molto sforzo per accorgerci che l’atto del ridere rivela, nel suo manifestarsi, un atteggiamento psicologico, un punto di vista, una cultura, un modello di relazione.
Sguardi competenti della Psicologia hanno già sviscerato gli stati d’animo nascosti nella risata: sappiamo che ridere apre a nuovi punti di vista, a orizzonti imprevisti; ridendo si può apprendere l’imprevedibilità. Sappiamo che il riso arricchisce la mente, stimola il cervello a trovare nuovi collegamenti — anche se paradossali — tra oggetti apparentemente lontani tra loro. Ridere è un moto che nasce dall’intelligenza, la capacità di guardare le cose non solo per come sono in realtà ma di immaginare rovesciamenti di situazioni, e dunque fare ipotesi alternative di realtà: i meccanismi della comicità dichiarano, con la loro disarmante e surreale semplicità, ciò che la mente istintiva e l’inconscio presagiscono. Perciò la (attenzione, paroloni!) meccanica matematica della comicità rende evidenti le paure e i desideri, interferendo con la storia prefigurata e con la realtà immaginata: la nostra mente emotiva ricerca profondità, luci e ombre dell’apparente linearità della realtà, allo scopo di liberare le emozioni, quelle stesse che entreranno in collisione con la nostra mente razionale, dando luogo a sentimenti, moti espressivi, stati d’animo, in ultima analisi rivoluzioni.

A questo, dunque, serve rileggere gli avvenimenti attraverso le battute. Con funzioni accessorie e suppletive quali per esempio quelle che dovrebbero appartenere ad altri: i media. I mezzi d’informazione di massa, formalmente una controparte dei poteri forti a tutela dei cittadini, non sono purtroppo altro che un’espressione mascherata — e a guardar bene ridicola — delle istituzioni che dovrebbero controllare e all’occorrenza biasimare. Le “armi” immediate come quelle della satira, del calembour, del black humour hanno quindi ancora oggi (specialmente oggi!) una loro funzione essenziale: servono a spiazzare, a irritare, a far riflettere. A cambiare un pochettino la mente.
Prendiamo l’Italia. Abbiamo una classe politica a cui importa zero del Paese e cerca solo voti e potere. La nostra è un’epoca austera, di povertà galoppante, l’orizzonte è cupo. Il lavoro non esiste più: è molecolare, polverizzato, atomizzato, parcellizzato. Ecco dove nasce e diventa funzione d’uso “L’impossibilità di rimanere seri”, la dissacrazione di quanto ci circonda, impotenti e apparentemente disarmati come siamo. Certo con le battute e le vignette non si cambia il mondo, all’inizio: ma almeno un sorriso lo si strappa, e dove ci sono cento, mille “sorrisi arrabbiati” qualcosa comincia a baluginare, a smuoversi nelle coscienze. E se le coscienze si muovono, le piazze si riempiono. Finché la ruota non ricomincia a girare dalla parte giusta.