Perché i libri grossi ci fanno paura

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Qualche anno fa Quentin Tarantino, in una conferenza stampa al festival di Cannes, disse che gli sarebbe piaciuto produrre una miniserie basata sul suo film Django unchained. Se l’idea è rimasta sulla carta, la motivazione andrebbe scolpita nel bronzo:

Proponi alla gente un film di quattro ore e cominceranno a roteare gli occhi, ma mostragli una serie divisa in quattro puntate e se la guarderanno tutta in una volta sola.

È proprio così, e vale grosso modo per tutte le attività umane. Come mai? Si può supporre che in parte ci sia di mezzo la pigrizia (cinquanta addominali suona male, ma dieci serie da cinque, be’, è tutta un’altra storia), in parte i nostri limiti cognitivi (la ragione per cui le nostre misere menti riescono a memorizzare un numero di telefono solo spezzettandolo in tre o quattro numeri più piccoli).

La parte del leone, tuttavia, la fa la nostra inesauribile capacità di autoinganno, la smania di prenderci in giro e di essere presi in giro. Quel difetto di fabbrica della mente umana che fa sì che, su un cartellino del prezzo, il 19,99 ci sembri un numero diversissimo dal 20. Se compro dieci libri in un giorno mi sento un orribile ingordo spendaccione, e prefiguro la mia rovina finanziaria; se invece, per dieci giorni, compro un libro al giorno, mi considero un amministratore parco e un sobrio centellinatore. Eppure l’estratto conto è lo stesso.

Ci sono manuali di psicologia pop e gustosissimi saggi di scienze cognitive che insegnano a liberarsi di questo tipo di inganni. Ma appena si sarà compreso il meccanismo e smontato il giocattolo, occorre dimenticare ciò che si è imparato.

La terapia che il… bibliopatologo prescrive è illustrata dal medico Relling in uno dei capolavori del teatro moderno, “L’anitra selvatica” di Henrik Ibsen: in breve, una volta smascherati gli inganni non bisogna abbandonarli, semmai di devono recuperare come illusioni vitali, menzogne indispensabili. È un’idea che poggia su un sottosuolo di disperazione e di nichilismo spesso ignoto agli psicologi pop; la si ritrova, in forme neppure troppo diverse, anche in Nietzsche — le “gagliarde illusioni” — e, prima ancora, in Leopardi.

Il rimedio è semplice. La Divina Commedia non ci inibisce perché è ripartita in tre cantiche, per un totale di cento canti; non a caso Francesco Guccini, in un divertentissimo talkin’ sul sesso, sognava di venderla a dispense.

Una volta scoperti i benefici dell’autoinganno, abbiamo una via un po’ costosa ma efficace per procacciarceli — e non dovremo certo squadernare fisicamente dei grossi tomi, cosa che giustamente ci ripugna —. Considerato che molti classici sono, come si dice in gergo, “fuori diritti”, possiamo crearne delle edizioni casalinghe sminuzzate. La Recherche diventerà una deliziosa collezione di cinquanta volumetti di cento pagine, che a sua volta possiamo scegliere di considerare dieci serie da cinque, un po’ come gli addominali. Certo, ci sono i costi di stampa in copisteria, ma possiamo sempre farne degli ebook. E se il sistema funziona, possiamo metterlo a frutto, come voleva Guccini. Li venderemo a 9,99 euro l’uno. La desolata stirpe dei mortali abboccherà.

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