Chi legge libri vive più a lungo: lo dice la scienza

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La conclusione del titolo è controintuitiva. Eppure è vero.
Chi legge non lo fa in piedi
, camminando o correndo. Di solito sta seduto, a volte addirittura sdraiato sul divano o a letto. Siccome l’attività fisica è notoriamente benefica e di conseguenza la pigrizia è dannosa per la salute, sarebbe facile dedurre che ogni libro non solo ci ruba il tempo che occorre per leggerlo (tempo che potremmo utilizzare per fare esperienze entusiasmanti; invece passiamo ore a decodificare — volontariamente — una serie di segni in bianco e nero) ma leggendo perdiamo anche altro tempo: quello della vita, perché a causa della mancata attività fisica moriamo prima. La lettura, inoltre, è un’attività che solitamente si svolge da soli: dato che la solitudine è un fattore di rischio conclamato per l’aumento della mortalità, questo aspetto dovrebbe incrementare ulteriormente gli effetti negativi della lettura sulla nostra salute.

La mancanza di movimento e la solitudine quando si legge indurrebbero a pensare che la lettura abbia effetti negativi sulle nostre aspettative di vita.

Se siete dei veri topi di biblioteca, tranquillizzatevi fin da ora: non è così. Anzi, è il contrario. Come dimostra un recente studio condotto da specialisti di epidemiologia e salute pubblica della celebre università americana di Yale, leggere libri possiede chiaramente proprietà che allungano la vita.

UNA PRIMA FASE DI STUDI

La prima ricerca di questo genere fu condotta da studiosi israeliani su un gruppo di settantenni del Jerusalem Longitudinal Study iniziato nel 1990. Dei 461 partecipanti iniziali furono scartati 13 analfabeti, 30 soggetti con gravi deficit visivi, 17 soggetti con sintomi di incipiente demenza e altri 58 soggetti nei quali non era stato possibile portare a termine il MMSE (Mini Mental State Examination). I restanti 337 soggetti furono osservati per otto anni rilevando il tasso di decessi. Si trattava di un gruppo di individui con un’ottima salute psichica e fisica, per la maggior parte immigrati da 40 Paesi diversi (solo il 16% era nato in Israele), che in media avevano vissuto a Gerusalemme per 29 anni. Essendo risaputo che le donne vivono più a lungo degli uomini, le persone istruite più di quelle senza istruzione e gli uomini sposati più di quelli celibi, queste variabili erano state prese in considerazione e introdotte nella ricerca. Inoltre erano stati considerati fattori quali le attività sportive, il lavoro (remunerato o volontario), quante volte i soggetti uscivano di casa e con quale frequenza partecipavano alle funzioni religiose. Infine era stata misurata anche la salute sulla base di diversi parametri.

Ai partecipanti era stato chiesto: «Con quale frequenza legge un libro – ogni giorno; una volta a settimana; una volta al mese; una volta l’anno; mai?». Dato che nelle risposte emergeva una forte propensione alla lettura (il 62% dei settantenni e il 68% dei 78enni leggevano ogni giorno), la variabile era stata dicotomizzata in “lettura quotidiana”/“non lettura quotidiana”. Questi i risultati:

Il grafico 1 (vd. sotto) elaborato al termine dello studio mostra l’effetto della lettura sulla mortalità.
Perché tale risultato? Superficialmente, si è indotti a pensare che per il cervello valga lo stesso principio dell’apparato muscolare: «Use it or lose it», usalo o lo perderai, dice il motto. Peraltro l’effetto positivo della lettura sulle capacità cognitive della vecchiaia era noto già da tempo (di converso, per quanto riguarda la televisione, è ben noto l’effetto opposto).

Grafico 1

Nel grafico la “curva di sopravvivenza di Kaplan-Meier” su 8 anni, suddivisa in maschi e femmine e abitudini di lettura (lettura quotidiana vs. assenza di lettura quotidiana). Sulle donne la lettura non aveva praticamente effetto, negli uomini invece portava un aumento altamente significativo delle aspettative di vita. Può darsi che gli uomini, in generale meno dotati delle donne da un punto di vista linguistico, operino un allenamento cognitivo superiore quando si dedicano ad attività linguistiche: essendo più faticoso, leggere per loro ha un effetto di allenamento maggiore. Si potrebbero avanzare anche altre ipotesi, tuttavia era l’affermazione conclusiva degli autori a lasciare spiazzati: «il meccanismo alla base dei benefici della lettura sulla sopravvivenza è ignoto, e l’evidenza che tale beneficio sia limitato ai soggetti maschili è enigmatico».
A complicare ancora di più le cose, un successivo studio effettuato nel 2008 dimostrò a sua volta un effetto positivo della lettura sulla mortalità, ma limitato alle sole donne.
Insomma, un pasticcio. Ma con un’evidenza comune: l’incidenza della lettura nel ritardare la dipartita. Evidenza che meritava di essere investigata ulteriormente, e magari meglio.

LO STUDIO DECISIVO

Ci hanno pensato a Yale. La ricerca più vasta e nel contempo più significativa finora realizzata riguardo agli effetti della lettura di libri sulla mortalità è stata pubblicata nell’estate 2016 e si riferisce a una coorte di 3.635 soggetti (62% femminili) all’interno di un complessivo importante studio su salute e pensione (Health and Retirement Study) condotto negli Stati Uniti dal National Institute of Aging. Nell’arco del periodo di osservazione, durato mediamente nove anni e mezzo, è deceduto il 27,4% dei soggetti. Semplici e notorie analisi statistiche hanno sempre mostrato che i “tipici lettori di libri” sono soggetti femminili, istruiti e abbienti: queste variabili sono state pertanto considerate come covariabili per la valutazione insieme a età, appartenenza etnica, condizioni di salute, stato di famiglia e condizione lavorativa.

All’inizio della ricerca (nel 2001) le abitudini di lettura sono state rilevate in base a questi quesiti: «La settimana scorsa, quante ore ha dedicato alla lettura di libri?» e «La settimana scorsa, quante ore ha dedicato alla lettura di quotidiani e riviste?». I soggetti sono stati suddivisi sulla base della quantità di tempo dedicata alla lettura (considerata separatamente, ovvero per libri e quotidiani/riviste) in tre gruppi di grandezza omogenea: rispetto alla lettura di libri, la fascia inferiore registrava un valore di tempo dedicato alla lettura nella settimana precedente pari a 0, quella di mezzo da 0,01 a 3,49 ore e quella superiore a un tempo maggiore di 3,5 ore. Per quanto riguarda i giornali, i valori rispettivamente erano 0-2 ore (fascia inferiore), 2,01-6,99 ore (fascia di mezzo), maggiore di 7 ore (fascia superiore). La lettura dei libri aveva una correlazione minima con quella dei periodici, e il 38% del totale dei soggetti (pari a 1.390 persone) leggeva esclusivamente libri oppure esclusivamente quotidiani e/o riviste.

Il risultato fondamentale dello studio è riportato nel grafico n. 2: paragonando la quota di sopravvivenza dei soggetti della seconda e della terza fascia dei lettori di libri con quella dei soggetti del terzo inferiore — in altre parole: chi legge  rispetto a chi non legge —, si evidenziava una marcata disparità. Il 33% dei soggetti non-lettori era deceduta, contro il 27% dei lettori.

Grafico 2

La diminuzione del 77% del rapporto di rischio — vale a dire la probabilità di decesso — rispetto ai non-lettori è estremamente significativa. Nell’ambito di quotidiani e riviste, identiche valutazioni hanno evidenziato solo un lieve effetto di riduzione delle probabilità di decesso. Anche un confronto statistico diretto della riduzione delle probabilità di decesso tramite la lettura di libri rispetto alla lettura di riviste ha evidenziato un effetto significativamente superiore del leggere libri.
Gli autori sottolineano come il semplice passaggio dai periodici (che sono letti di più e hanno un effetto minore) ai libri potrebbe ritardare il decesso, per non parlare poi del cambio dalla televisione ai libri.

Significativamente, al contrario della prima ricerca citata, non è emersa alcuna differenza tra uomini e donne: l’effetto benefico sulle aspettative di vita è risultato quasi identico per entrambi i sessi.

La robustezza dei risultati è confortata dalla popolazione statistica, all’incirca dieci volte superiore a quella delle altre ricerche; inoltre la lettura è stata considerata in maniera differenziata — da un punto di vista qualitativo (che cosa si leggeva) e quantitativo (per quanto tempo si leggeva) —. Infine, l’effetto non era riconducibile a istruzione e benessere.

Conclusione

Insomma, a Yale, con i risultati dello studio citato, è stato fissato un paletto difficilmente smontabile, perché piantato con il martello più autorevole che esista, quello della Scienza: un libro allunga la vita.
Sebbene non si sappia ancora bene perché, è comunque una scoperta fondamentale.

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